Paura di Abbandono e Asili Nidi

Inserito in Scuola di Nuova Generazione

Paura di Abbandono
 
Paura di Abbandono
 
 

Collocato ai primi posti nella scala degli eventi stressanti, la Paura di Abbandono è a tutti gli effetti un grave trauma emotivo. Bypassando ogni possibile legame tra soma e psiche, il business degli Asili Nido riesce a far dimenticare il senso reale della Paura di Abbandono allorchè un lattante o bambino piccolo viene separato prematuramente dalla madre.
 
 

La Paura di Abbandono e l’abbandono stesso, è di fatto minaccia alla sopravvivenza fisica e psichica, un lutto, una perdita, una privazione dell’equilibrio e della stabilità. La ferita di un abbandono è destinata a restare dentro di noi in una forma o nell’altra, forgiando il nostro mondo interiore, il nostro atteggiamento verso l’altro e la nostra capacità di nutrire una fiducia sana, matura e saggia.

La figura di attaccamento del bambino è la madre che diventa fonte di vita e di nutrimento sia nel periodo intrauterino e sia dalla nascita in poi. Il distacco per non essere vissuto come un abbandono deve essere lento e graduale e mai prima del momento giusto, cioè quando il piccolo ha acquisito sufficiente sicurezza, per iniziare ad esplorare l’esterno e a confrontarsi col mondo fuori dal suo spazio abituale.
Fin da 0 mesi il bambino riconosce la mamma dall’odore, dalla voce, dal tocco .. anche se non lo dimostra palesemente in particolar modo da 3 a 6 mesi mostra visibilmente di riconoscere la mamma distinguendola dagli altri membri della famiglia. A 7-8 mesi arriva l’angoscia: non avendo sviluppato il concetto di “permanenza della mamma”, la lontananza dalla mamma provoca angoscia e panico nel bambino.
 
 

In base alle risposte fornite dalla la figura materna, il bambino strutturerà una specifica tipologia di legame o “stile di attaccamento”, che potrà essere funzionale o meno. In futuro, crescendo, questo stile di attaccamento si concretizzerà in modelli operativi relazionali, che tenderanno a riprodurre lo stesso modello di attaccamento nelle relazioni future (comprese quelle sentimentali, in cui la componente emotiva è molto forte).
Quando il bambino sviluppa un attaccamento sicuro permesso dalla presenza di figure di attaccamento stabilmente disponibili e pronte a rispondere positivamente alle richieste di accudimento, vicinanza e conforto, il modello di Sé che si costruisce è sano ed equilibrato, sviluppa senso di stabilità e fiducia negli altri e apre un canale di scambi sentimentali positivi.
Con il passare degli anni, il bambino sviluppa una relazione basata su senso di stabilità, accudimento ed accettazione. Si sente sereno, accettato e protetto ma anche libero di esplorare. Matura fiducia in sé, nell’altro e nelle proprie risorse.

Quando sviluppa un attaccamento insicuro la MAMMA non è sempre presente, mostra comportamenti imprevedibili ed incostanti: in futuro tende ad avere continuamente bisogno di accudimento, mostrandosi inoltre costantemente preoccupato ed angosciato da comportamenti imprevedibili degli altri, aggrappandovisi e temendo l’abbandono.

Le perdite legate all’Abbandono sono molte e riguardano diversi aspetti della vita: da quello emotivo, a quello familiare, a quello economico e domestico. La reazione all’Abbandono comprende una serie di manifestazioni sia fisiche che psicologiche.

I bambini che hanno sviluppato un modello di attaccamento sicuro hanno maggiori strumenti e probabilità di affrontare in maniera costruttiva e funzionale eventuali sofferenze derivanti dai distacchi della vita, contrariamente a quanto accade invece per le altre categorie di attaccamento, in cui prevalgono sentimenti ambivalenti, distruttivi, ansiosi e depressi.

Il pianto nel neonato è l’unico modo verbale che il piccolo ha a disposizione per comunicare con il mondo esterno e per manifestare i suoi bisogni. Il piccolo si lamenta perché ha fame o sete o perché sente un dolore (mal di pancia, denti in crescita, febbre e via dicendo), ma il pianto può essere anche il sintomo di qualcosa di diverso e cioè di un disagio psicologico che scientificamente viene denominato con un termine specifico: sindrome da Paura di Abbandono. Questo sentimento è originato dall’istinto di autoconservazione e che il bambino tende a superare, se aiutato, con facilità entro i primi sei mesi di vita.
Proprio per il fatto che questa sindrome è originata dalla paura di essere abbandonato, il neonato non va lasciato solo quando, con il suo pianto, esprime questo sentimento. L’indicazione è dunque quella di prenderlo in braccio, di cullarlo, di parlargli o di cantargli una ninna nanna, finché non si tranquillizza del tutto o non prende sonno.

Lasciare piangere un bimbo è la cosa più sbagliata che si possa fare, perché non serve a “educarlo”, come molti genitori erroneamente pensano, ma ottiene solo il risultato di rafforzare la sua paura e a farlo disperare ancora di più, fino allo sfinimento.

Ci vuole molta pazienza con un neonato, che spesso mette a dura prova le nostre forze, ma soprattutto nel caso della sindrome da Paura di Abbandono, bisogna dimostrarsi decisamente tranquilli, dargli sicurezza e trasferirgli un senso di serenità. Se al contrario, ci si mostra infastiditi o stanchi, non sarà possibile raggiungere il nostro obiettivo che è quello di tranquillizzarlo. La nostra ansia e la nostra preoccupazione non faranno altro che confermare la sua paura di essere abbandonato.
Se nei primissimi mesi di vita del neonato l’atteggiamento da tenere è quello di rassicurare il più possibile il piccolo, anche con il contatto corporeo.. verso il quinto o il sesto mese di vita si può cominciare a insegnargli, molto gradatamente, a fare a meno della presenza continua dei genitori. Invece di cullarlo per farlo addormentare, ad esempio, si può metterlo direttamente nel lettino e stargli vicino cantandogli una filastrocca, o quando è sveglio, tenerlo sul seggiolone, invece che in braccio e parlargli. Facendo in questo modo, poco a poco, le paure del bambino svaniranno rendendolo più sicuro e verrà favorita la sua crescita emotiva.
 
 

L’ansia da separazione è la reazione di spavento e di protesta che il bambino manifesta quando le sue principali figure di accudimento, specie la madre, si allontanano da lui o quando è in presenza di figure non familiari. Compare in genere intorno agli otto mesi di vita e talora può esprimersi anche con una crisi di pianto disperato, che si calma solo quando il piccolo viene rassicurato dalla presenza di chi normalmente si occupa di lui.
Si tratta di un’importante e normale fase dello sviluppo sia intellettivo sia sociale del bambino, che testimonia come egli abbia imparato a riconoscere chi si occupa di lui, come abbia stabilito con il caregiver (“colui che dà cure”) un legame di attaccamento e come percepisca in sua assenza un pericolo.

Lo psicoanalista austriaco Renè Spitz ha descritto lo stadio in cui si manifesta l’angoscia dell’estraneo o angoscia dell’ottavo mese, in cui il bambino impara a differenziare fra i vari volti umani e a reagire positivamente a quelli a lui familiari e negativamente a quelli a lui estranei. Si tratta di un’importante conquista sul piano dello sviluppo delle sue capacità sociali e relazionali e come tale, è un passaggio obbligato ma transitorio.

 
 

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